TRILOGIA

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Il bracco

Tra le vette innevate circostanti, il cielo si rispecchiava nei ruscelli e nei laghetti incastonati nell’ampia valle sottostante completando armonicamente i rossi e i gialli autunnali dei mirtilli e delle betulle nane. Insensibile alla maestositá del panorama circostante, percepí sul pelo un rifolo di vento e alzando di scatto la testa, si irrigidí.
Gli odori appiccicati al terreno e ai cespugli  che aveva seguito negli ultimi dieci minuti adesso gli arrivavano, portati dalle raffiche, forti e fragranti nelle nari.
Capí che la grossa famiglia era sicuramente nascosta immobile nella vasta macchia di mirtilli a una ventina di passi davanti a Lui e, valutando immobile la situazione, ebbe un dilemmma.
Dai suoi dieci anni di esperienza sul campo sapeva che un cauto approccio con una grossa famiglia, se pur molto difficile da condurre, avrebbe certamente garantito divertenti e numerosi incontri successivi.
Il primo frullo infatti, se orchestrato nel momento giusto, avrebbe portato il gruppo a disperdersi  in panico sbrancandosi nelle immediate vicinanze. Confusi dalla situazione, i singoli individui  sarebbero stati facile preda delle sue ferme future .
Il problema si poneva dal fatto che, dall’arrancare dei dei passi nella ravina sotto di lui, giudicava ancora eccessiva la distanza del suo compagno col bastone tuonante mentre intuiva che la vecchia capofamiglia, prolungandosi troppo gli aventi, si sarebbe decisa  a cambiare zona incominciando furtivamente ad allontanarsi di pedina.
Solo pochi centimetri di errore serebbero bastati per far decidere alla birbona di azzardare un frullo  prematuro portandosi via il gruppo unito e sparire lontano in qualche punto difficilmente localizzabile oltre le betulle nane della valle sottostante.
Le migliaia di anni di ricordi genetici che gli scorrevano nel sangue lo rendevano consapevole che, solo repristinando con estrema prudenza la giusta distanza tra Lui e l’avversaria, avrebbe potuto nuovamente fermarla, obbligandola a confidare nella atavica formula che: immobilitá e giusto mimetismo possono significare salvezza.
Lentamente, tenendo la testa immobile, posó finalmente la zampa anteriore sinistra sul terreno e con un movimento uniforme e armonico portó il suo grande corpo di bracco avanti di un passo senza alzare il garrese.

 

 

La pernice pernice bianca

 

Mentre tutta la famiglia stava ferma in attesa della sua prossima mossa, un piccolo e appetitoso coleottero gli ronzó a portata del becco cercando tra le foglioline rossicce dei cespugli di succhiare gli ultimi zuccheri dai mirtilli autunnali.
Tesa e immobile studiava la situazione analizzando il suo dilemma.
Il noioso quadrupede che aveva obbligato Lei e la sua famiglia ad abbandonare i luoghi della pastura mattiniera e che, incalzante, li aveva seguiti per tutto il loro defilamento con tanta tenacia, era giá di per stesso un fattore inquietante.
In un primo tempo aveva pensato di riuscire ad eludere quella fastidiosa presenza defilandosi di pedina ma, per qualche misteriosa ragione, l’intruso sembrava saper indovinare esattamente la strada percorsa dal gruppo e adesso, guadagnando lentamente terreno, era arrivato a sovrastare, immobile e pericolosamente vicino, la sua famiglia.
A complicare la situazione si erano aggiunti i nuovi rumori provenienti dietro il ficcanaso e che, con il loro avvicinarsi, gli facevano sospettare la presenza di un ben piú pericoloso nemico.
Alcuni sommessi pigolii gli ricordarono l’impazienza dei galletti dell’anno che, prolungandosi lo stallo, con un incauto movimento potevano mettere a repentaglio l’invisibilitá di tutto il gruppo.
Da vecchi e traumatici ricordi sapeva che l’abbandono dell’immobilitá, affidando la fuga alle ali, avrebbe reso il gruppo visibile e quindi vulnerabile al predatore.
Prendere una decisione divenne non solo necessario ma anche imperativo.
Se fosse riuscita ad aggiungere alcuni metri in piú di distanza tra Lei e gli intrusi avrebbe finalmente potuto azzardare il volo con il giusto margine di sicurezza e trascinarsi via la famiglia in quella zona distante oltre la valle dove sapeva esserci ancora abbondanza di bacche.
Stando china, con pochi passi rapidi e senza spostare neanche una foglia, si portó alla testa del gruppo e analizzó la situazione.
Anticipando la sua mossa, l’avversario aveva ridotto ulteriormente la distanza portandosi pericolosamente vicino ai pollastri di retrovia che si schiacciavano  immobili sul terreno a pochi metri da lui.
Con un sommesso gorgoglio congeló le brigata.

 

 

L’umano (alias io)1

 Tra le anse del ruscello, il sole trasformava i diamanti della brina notturna in striature leggere di nebbia tra cui ronzavano le ultime schiuse di ”effimere”.
I sassi coperti di alghe sul greto del torrente erano scivolosi e ció, oltre a rallentargli la marcia, l’obbligava a ignorare la maestosa bellezza circostante per controllare dove appoggiava i piedi.
Anche sulla sua fronte brillavano delle goccioline ma, apparentemente incurante al sudore, arrancava su per la ravina completamente assorbito da quello che accadeva davanti a lui.
Il braccone, stazza Kg.35 con l’osso, alternando guidate ad accenni di ferma aveva finalmente immobilizzato la coda insellando la schiena con zampa sinistra alzata.
Tutto era incominciato venti minuti prima quando il ”35 Kg.”” aveva indugiato su delle macchie rugginose di mirtillo.
Braccando di naso con dei tonfi da far invidia a un monocilindrico diesel e dopo diverse ”tirate”, alzando la testa  indagatrice nel vento, aveva finamente incominciato a guidare a corpo flesso verso l’alto dimenando di gioia il moncherino della coda (…ma tu guarda come diventa pimpante il vecchione quando sente il selvatico!) .
Sia Lui che il Bracco avevano capito che in quella valletta piena di sole aveva razzolato e pasturato qualche grossa famiglia di pernici e ambedue sapevano come le grosse brigate, se minacciate, avessero la brutta abitudine di pedinare via per poi alzarsi fuori tiro.
Acceleró e, alle terga del cane,  scavalcó finalmente la cima per affiancarsi ansando gli orecchioni sbattacchianti del bracco immobile.
Con il cuore gonfio di gratitudine per il suo vecchio e fedele amico stava li fermo nel vento completamente immerso di quel momento magico quando lo schianto improvviso del frullo ruppe il silenzio ………e anche Lui ebbe un dilemma.

 

Il bianco sfarfallare delle pernici artiche si incastrava nella bellezza dello scenario con una tale e aggraziata armonia che, intimorito, gli parve sacrilego alterare quel magnifico quadro.
Il rispetto e l’amore IMG_1716per la natura, Grande Madre che accomuna predatori e predati, gli portó un sentimento di rammarico e per un attimo, mentre imbracciava, un velo di simpatia gli addolcí gli occhi.
Ma fú un attimo breve, breve come un battito del cuore.
Lí, intorno a Lui, sentí tutti i suoi cani, quelli vivi e quelli morti e il vecchio nonno con i suoi racconti di cacce in Romagna e il suo bisnonno e il padre di lui e poi altri e altri ancora e giú fino agli albori dell’umanitá.
Senti l’odore della resina e del fumo dei bivacchi, il ruvido contatto della lancia nel palmo della mano  dell’avo mentre scrutava la preda, i morsi della fame mentre la bocca si riempiva di saliva al ricordo dell’odore del grasso sfrigolante sul fuoco.
In un millesimo di secondo tutti gli echi genetici dimenticati che lo avevano portato fin lassú, quelli stessi che ancora lo tenevano paralizzato vicino al suo bracco, scattarono come un immaginario relé nel profondo del suo inconscio.
Echi ancestrali che li trascinavano entrambi a macinare chilomentri e freddo, a dividere con le dita
gelate un boccone inzuppato di pioggia, a passar le serate leccandosi esausti ferite e graffi dei rovi, presero, in un baleno, il controllo della sua mente.
Ormai completamente immerso nel giuco della vita, incannando, irrigidi la presa e tiró il grilletto.

 

Silvio Umberto Intiso e Brutus di Montelago

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